Sempre nelle prime posizioni delle statistiche su hashtag e ricerche sul web, in cima alle preoccupazioni di chi affida – per motivi personali o professionali – alle piattaforme cloud e ai profili social i propri dati e le proprie foto, costantemente al centro del dibattito pubblico, l’annosa e controversa questione della privacy continua ad appassionarci e a volte a preoccuparci. In Italia si parla pubblicamente di privacy come un diritto dagli anni ’90, ma è con la diffusione di Internet che forse il problema ha cominciato veramente a toccarci tutti direttamente. E, come succede sempre in Italia, quando un problema comune ci fa sentire tutti coinvolti, ha gioco facile chi cerca un po’ di scena seminando il panico con informazioni distorte improntate a terrorismo psicologico. Il clima culturale, dominato dalle ondate emozionali di stampo populista create ad arte, non aiuta a fare chiarezza e a tranquillizzare chi trova comodo e vantaggioso fare libero uso dell’offerta di servizi online. L’ultimo caso che ci viene in mente è l’app per dispositivi mobili FaceApp. Chi passa un po’ di tempo su Facebook, Twitter e gli altri social, avrà notato che ultimamente tutti i suoi conoscenti sono diventati ultraottantenni. È questa la feature più simpatica, tra molte altre, di questa app di produzione russa oggi diventata virale, che permette a chi la installa di caricare un suo selfie e applicare una serie di trasformazioni, del tipo cambiarsi il colore dei capelli, far diventare sorridente un selfie con un’espressione seria, cambiare lo sfondo della foto e, appunto, creare una versione ringiovanita o invecchiata della sua faccia come appare nel selfie. Le foto invecchiate sono popolarissime perché attirano reazioni e commenti stupiti e divertiti sui social. Insomma, sarebbe una cosa innocente così per ridere se non si fosse regolarmente scatenato il finimondo. Cosa è successo di così terrificante stavolta che ha turbato tanto i difensori a spada tratta della privacy altrui? È successo che qualcuno ha capito come funziona l’app, cioè il nostro selfie viene caricato su un cloud sul quale non abbiamo controllo e processato da un server remoto, ed è andato a leggersi la policy di licenza che il fornitore dell’app assegna all’immagine. FaceApp effettivamente si arroga arbitrariamente il diritto “perpetuo, irrevocabile, non esclusivo, gratuito, globale, liberamente trasferibile, di riprodurre, modificare, adattare, pubblicare, tradurre, distribuire, mostrare pubblicamente il nostro Contenuto Utente e qualsiasi nome o immagine fornita insieme al Contenuto Utente in tutti i formati e canali presenti e futuri, senza che sia previsto compenso per noi”. Oltre a questo, c’è l’aspetto inquietante dell’utilizzo della nostra faccia per arricchire enormi database di immagini destinati a sviluppare sofisticati sistemi di riconoscimento facciale. È abbastanza per preoccuparsi, considerato che i nostri selfie finiscono in Russia? Forse un po’ sì, ma dovremmo allora preoccuparci anche di tutte le immagini personali che abbiamo pubblicato negli anni su Facebook, Twitter e gli altri social, per le quali forse, distratti dall’entusiasmo per la novità, non molti di noi si sono preoccupati di licenze, diritti di riproduzione, e privacy. Facebook giura che i nostri dati e le nostre foto non potrebbero essere più al sicuro, che la sua policy di privacy è rigorosissima, rispettosa delle normative europee e dei diritti di ciascun utente, ma come fare a non pensare al recente scandalo di Cambridge Analytica? E Facebook non sarebbe l’unico imputato, perché anche altre app divenute di volta in volta popolari hanno suscitato polemiche simili. La più popolare è Snapchat, che ha come FaceApp il vizio di caricare le nostre app su un server remoto, per giunta corredate di informazioni geografiche – ma giura di cancellarle subito – oltre ad appropriarsi dei nostri messaggi privati e della nostra lista contatti. È il caso di chiedersi, nel caso di FaceApp, cosa ci fanno a San Pietroburgo con il nostro ultimo selfie in pizzeria? Le immagini delle nostre facce più o meno sorridenti sono diventate improvvisamente così preziose e ricercate, magari per distopici progetti di controllo pervasivo globale basato sul riconoscimento facciale universale? In realtà ormai da moltissimi anni non ci vuole molto a trovare foto gratis liberamente disponibili di persone di tutti i tipi, di tutte le età, etnie e in tutti gli atteggiamenti possibili. Basta lanciare una ricerca su Google e può farlo chiunque, non serve creare un’app virale. La verità è che la cosa più preziosa, quello che i produttori e i provider vogliono veramente da noi quando interagiamo con le app basate su immagini non è la nostra foto, ma il tempo che passiamo a giocarci. È questa la chiave interpretativa della larga disponibilità di software di intrattenimento gratuito con caratteristiche di grande attrattiva e a potenziale diffusione virale. Dal tempo che dedichiamo all’attività e alle modalità con le quali interagiamo, il produttore del software e l’autorità alla quale risponde ricavano molte più informazioni utili e preziose di quelle che ricavano dal sorriso più seducente che ci riesce di ritrarre con il nostro smartphone. Perciò tranquilli, non ascoltiamo chi non ha niente di meglio da fare che rovinarci la festa quando scopriamo qualcosa che ci piace, e divertiamoci a far vedere ai nostri fan come stiamo con un bel caschetto biondo, magari fra trent’anni!

Maurizio Crescenzo

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